M'ero
intrufolato dentro il mattatoio per i vecchi. Ero solo. Nessuno
poteva entrare lì dentro. Ma io dovevo salvare mio nonno. Quel
povero vecchio, demente e senza pudore, non avrebbe mai potuto
immaginare di finire così, in un inferno di sofferenze terrene e
scottature da marchi a fuoco. Correva l'anno 2023 e il governo aveva
deciso che per risollevare il paese dalla disoccupazione giovanile
bisognava eliminare fisicamente buona parte di quei vecchi che si
fottevano una pensione da re. Col tempo, poi, il governo prese la
folle decisione di uccidere tutti i vecchi, per liberare i giovani da
una condizione di precarietà perenne, mentre i padri, gli adulti
prendevano il posto dei nonni e si godevano la beneamata e tanto
sperata pensione. Il governo sperimentò la teoria che solo
sacrificando una generazione intera si poteva salvare il salvabile e
colmare un debito che assillava il paese da non so più quanto tempo.
La cosa strana, che diede uno scossone alle menti del popolo, fu che
coloro che appartenevano alle classi dirigenti non subirono alcun
tipo di trattamento, derivante da questa legge. La cosa puzzò molto.
Così tanto che la gente decise di non votare più nessuno. E fu così
che i potenti chiusero la scelta della classe politica tra i
consanguinei e gli amici leccaculo. E le leggi se le fecero per i
cazzi loro mentre per le strade la popolazione sfasciava tutto e si
lasciava andare alle barbarie più basse e sporche...
Alcuni
rappresentanti illustri del popolo decisero di studiare il fenomeno.
Su Youtube vennero pubblicati video che ritraevano scene di tortura
sui corpi degli anziani: questi venivano picchiati, poi costretti ad
eseguire le più misere azioni contro se stessi (auto punizioni) ed
infine gettati dentro il grande tritatutto elettrico: un frullatore
gigante in ottone che funzionava attraverso l'energia elettrica
pagata dai contribuenti, i cui meccanismi prevedevano ingranaggi in
argento che davano il movimento rotatorio a lame costruite in oro.
Tutto non aveva senso! Si scoprì, ad esempio, che gli stipendi dei
dirigenti non vennero mai scesi a somme popolari, come s'era votato
in un referendum del 2014.
Insomma,
morale della favola, chi c'aveva il denaro puzzolente si godeva una
vita tra i pompini di una escort e una villa elettronica in amianto,
mentre chi non c'aveva un tubo dentro il portafoglio, la prendeva
tutta in un punto. Spero abbiate capito quale! Questo era il mondo
nel 2023: adulti illusi da una pensione misera ma sicura, che non
avevano voglia di far nulla e giovani lavoratori che prendevano paghe
minime da 1000 a 2500 euro, per i posti migliori. Niente vecchi.
Scacciati via. Tolti alla vita da leggi razziste e disumane. Lasciati
andare al loro destino. Ricordo ancora quando mio nonno materno venne
catturato dalla polizia cittadina. Mio padre si oppose e venne
pestato a sangue.
“Dove
state portando il nonno?” dissi: avevo solo dodici anni ma avevo
già capito tutto!
“Niente,
niente Luigi! Lascia perdere. Torna a dormire!” mi prese per il
braccio papà, col naso sfasciato.
“Papà
non è giusto! Il nonno non ha fatto niente. Sta sempre seduto lì, a
spassarsela coi cartoni animati virtuali! Perché lo devono portare
via?”
“Non
lo so! Non possiamo farci nulla” e una lacrima scivolò veloce e
timida dagli occhi di mio padre.
“Perché
piangi? Per il nonno?Aiutiamolo. Perché sei sporco di sangue? E'
vero che li rinchiudono in una stanza buia e li uccidono? Come li
uccidono?” ripetevo ad alta voce. Fu lì che mio padre mi tappò la
bocca e mi chiuse in uno stanzino per le scope. Ed io ad urlare che
non volevo starci...
Povero
papà. Povera mamma, svenuta sul divano. Povero papà di mamma.
Morto. Strappato alla vita appena vecchio. Solo 72 anni.
E
adesso ero lì dentro. Dentro quel fetido e nauseabondo campo di
concentramento per i vecchi del paese. Non avrei mai potuto pensare
che l'uomo potesse ricadere sui propri errori di un tempo. Prima gli
ebrei e poi i vecchi. Che merda! Non ci sarà mai pace su questa
terra.
Avevo
compiuto sedici anni e tre giorni prima la polizia aveva scoperto
dove tenevo il nonno paterno nascosto. In un armadio
ultra-accessoriato. S'era sparsa la buona abitudine di nascondere i
vecchi e falsificare certificati di morte naturale, mentre questi,
invece, stavano belli e buoni in qualche posto. Tipo un bunker oppure
una soffitta. Io escogitai l'armadio ultra-accessoriato: una sorta di
finto mobile, incassato nel cemento, che sembrava a prima vista
normale ma che invece normale non era. Infatti aveva la
caratteristica di nascondere una stanza dentro il muro, grande
abbastanza da non essere scoperta e da poterci vivere dignitosamente.
E poi mio nonno era paralitico. Ma la polizia intuì che c'era troppa
tranquillità nell'aria e troppe morti naturali. Si capisce! Appena
uno escogita un'idea tutti la copiano. Ma in questo caso era
salvamento di vita! Mio nonno venne scoperto ed io fui arrestato. Ma
fortunatamente riuscii ad evadere.
Sentivo
ancora la mia mano tremare e il corpo di quel poliziotto ormai morto,
lì, sul pavimento.
Ero
diventato un assassino. Ed ero dentro. Dentro il mattatoio per i
vecchi. Avevo con me solo la voglia di tirarlo fuori. Non me ne
fotteva un cazzo degli altri. Io volevo bene a mio nonno. Era come un
padre e m'ero occupato di lui come
se fosse stato per me un diamante raro o un tenero cucciolo indifeso.
Camminai
attraverso un corridoio stretto e buio ma poi mi ritrovai in una sala
da ballo immensa. Niente sicurezza. Avevo capito che s'erano accorti
di me ma non intervenivano. Non capivo perché. Ma soprattutto,
perché ero ancora vivo? Superai un tunnel in fondo alla sala e mi
immisi in un altro corridoio, adesso luminoso e asettico. In fondo
una vetrata. Giunsi davanti alla vetrata. E lì l'orrore: c'era un
corpo anziano squartato, con la pancia aperta e lo stomaco di fuori
che penzolava. L'uomo era legato alla vita da una corda. E penzolava
anche lui. L'altra estremità legata al tetto. Era ancora vivo.
Perdeva molto sangue e proprio in quel momento gettò un urlo verso
il cielo e disse: “ Mio Dio! Perché mi hai abbandonato!!!???”.
Spirò. Teneva una corona in testa che gli penetrava con le spine la
carne. La stanza era vuota: solo un divano rosso sul fondo e una
sedia nera di legno sotto il corpo anziano. Incominciai a piangere.
Ero solo un bambino di sedici anni. Come potevo sopportare tutto
questo!
Urlai
e scappai via. Scosso mi ritrovai in un'altra sala da ballo, adesso
più piccola. Pensavo a mio nonno che aveva ricevuto questi
trattamenti, se non peggiori e pensavo soprattutto alla sua vita. A
quella vita che mi rallegrava e che speravo fosse ancora incollata al
terreno. Piangevo. In mente i ricordi di un'infanzia non capita e le
parole dure di un padre incosciente. Il mio subconscio mi parlava...
Stavo
impazzendo? M'inoltrai presso un corridoio abbastanza buio. Non avevo
paura. Mi sentivo male. Sfociai in un laboratorio. Qui, subito, mi
nascosi dietro una botte di vino sintetico per non farmi vedere;
anche se già sentivo che sapevano di me. Sembrava lo facessero
apposta. Sembrava volessero mettermi in guardia e farmi assaporare la
disperazione per poi eliminarmi. Ma io non mi davo per vinto. Non
avevo le prove di quel che pensavo e mi facevo forza solo sulle mie
gambe.
“Ehi
vecchio!” urlò una specie di dottore in camice, sporco di sangue “
Ti va di giocare al gatto ed al topo?”. Il vecchio non rispose.
Nudo. Non rispondeva e osservando i suoi occhi speravo che finisse
subito la sua pena terrena. Poi venne condotto da un poliziotto
dentro una stanza buia. Da una vetrata il dottore poteva vedere i
suoi movimenti ai raggi x. Ma il vecchio non si muoveva. La sagoma
rossa dell'anziano non batteva ciglio. Poi improvvisamente non capii
più nulla. C'era un'altra sagoma dentro la stanza e si muoveva
lenta.
“Bene
vecchio!” disse il dottore “E adesso che farai! Il gatto o il
topo?” rideva a crepapelle. Le urla del vecchio mi entrarono dentro
le ossa e dagli occhi scesero lacrime di piombo, tanto era vero
quello che vedevo. Era lei? Non è possibile...
“ Dott.
Giunti posso andare?” chiese il poliziotto, rientrato.
“Ma
come?” rispose infervorato il professore “Non ti vuoi godere
questo spettacolo?”
“Dotto'!
L'ho già visto un milione di volte. Tengo stanchezza dentro al
petto”
“Va
bene, va bene. Va da tua moglie! Ma è un peccato...”
“Cosa
professo'?”
“Che
tu non voglia odorare i resti del banchetto...”
Ed
io stavo per svenire. E le urla si affievolivano. Il vecchio si
spense nel vuoto.
“Bene!”
sorrise e poi esplose in una risata fragorosa il dottore, rimasto
solo “ Io amo il mio lavoro. Eliminare i vecchi. Ma che c'è di
meglio che fare pulizia del mondo eh? Che cosa c'è di più
affascinante nel vedere il cuore mangiucchiato di un pezzo di carne
rafferma? Meravigliosa tigre Olivia. Hai fatto un lavoro coi
fiocchi....” ed accese le luci della camera della tortura animale:
io vidi tutto. Io vedevo tutto e non volevo vedere niente ma vedevo
tutto, tutto quel sangue, tutto quell'odio e quella povera testa
spezzata tra le fauci di una fiera dagli occhi rossi. Ma la vera
fiera era lui. Si lui! Quel dottore che adesso se la rideva con la
sigaretta in bocca. Che schifo quel fumo che usciva ed entrava nei
suoi polmoni. Macchiava di colpe il suo animo, oramai putrefatto e
pestilenziale. Macchiava l'umanità di un crimine penosissimo. Ed io
presi la pistola che tenevo in tasca e non esitai a sparare un
colpo...
Cadde.
Come cadono le foglie...
Scappai
via...
Attraversai
un corridoio larghissimo, la pistola in mano. Nessuno. Nessuno che mi
acciuffava o mi afferrava pei capelli. Niente. Avevo già capito.
Loro sapevano tutto e mi lasciavano fare. Ma perché?
Appena
domandai questo a me stesso, mi trovai di fronte il più grande ed
orrido tritacarne che avessi mai visto: c'era un tappeto metallico
scorrevole ove erano sistemati in serie , in piedi, i vecchi umani.
Senza espressione. Sembravano già morti. Forse lo erano, non so! Il
tappeto scorreva ed uno ad uno ogni corpo anziano veniva gettato
dentro il tritacarne che, con le lame furenti, sfilettava le povere
membra e ne traeva una polpa sottile che veniva riposta dalle
macchine in delle bottiglie di vetro trasparente. Una vera e propria
catena industriale. Sembrava tutto un film. Ma era vero. Tritavano i
vecchi e riponevano la molle polpa in bottigliette. E vedevo il
prossimo vecchio cadere giù, giù dentro il marchingegno della
morte. E così tutti, in un'attesa tremenda come se si trovassero in
fila alla posta ad aspettare il turno per ritirare la pensione. Solo
che non era la posta, non c'era una fila, non dovevano ritirare la
pensione: quella era già stata ritirata dal governo...
Poveri
vecchi!Poveri anziani! Gli toglievano tutto. Tutto! Anche la dignità.
E lì dentro la pace eterna. Ed io piangevo. Non riuscivo a tollerare
più nulla. Non ero più una persona. Mi sentivo parte di quel
sistema. Non capivo...
“Ciao
Luigi!” esplose una voce dall'oltretomba.
Silenzio.
Sbucò
da una porticina luminosa sul fondo dell'ambiente, un signore ben
vestito, sulla cinquantina, con accanto due poliziotti, armati di
fucile. Ecco pensai! Già lo sapevano. Mi avevano lasciato fare.
Troppo facile.
“Come
stai?”
Continuò...
”Spero
che tutto questo non ti abbia fatto perdere la ragione. O almeno mi
auguro che non sia così. Tu sei carne tenera. Non finirai mai in un
tritacarne, questo spero tu l'abbia capito. Ti credevo un ragazzino
intelligente e rispettoso ma forse ci sbagliavamo. Bene! Adesso che
hai commesso questa bravata e hai ficcato il naso in situazioni che
non ti competono, adesso che hai ucciso un dottore prestigioso e
preparatissimo, adesso che sei scappato dal carcere, assassinando un
poliziotto, adesso che...
sai
tutto questo?...
Cosa
pensi che ti succeda? Che ne hai tratto? Che hai concluso?
Rispondimi...” e rimase lì ad attendere sul serio una mia
risposta. Io tenevo gli occhi chiusi.
Paura.
Aprì
gli occhi. Lo guardai e dissi:”Non lo so. Io volevo solo...solo
salvare mio nonno...volevo solo questo...”
“Ah!”
interruppe eccitato il signore “Ecco! Tuo nonno sta per arrivare in
questo momento...”
Alzai
gli occhi improvvisamente e lo vidi cadere giù dal tappeto. Come un
puntino di inchiostro che lascia la sua scia per il cielo. Stava
morendo proprio davanti ai miei occhi.
“NONNO!”
urlai disperato.
E
dagli occhi di mio nonno sbucò l'ultimo saluto alla vita. L'ultima
lacrima. L'ultimo battito di ciglia e un sorriso mi regalò, prima
d'esser fatto a fettine.
Silenzio.
Solo il rumore degli ingranaggi. Silenzio...
“Oh...!
Non vorrei interrompere il caloroso momento familiare ma...dobbiamo
andare Luigi!” sorrise malignamente il galantuomo.
I
poliziotti m'afferrarono per le braccia. Io, occhi bassi e spalancati
dal dolore, non riuscivo a muovere un dito. Non riuscivo a premere il
grilletto...
“Portatelo
via! Lavatelo ed impiantate una memoria nuova nel suo cervello. Deve
dimenticare tutto!!!”
Mentre
mi portavano via, l'unica cosa che riuscì a capire fu una scritta: i
miei occhi diressero lo sguardo verso l'etichetta di una di quelle
bottiglie industriali e mi resi conto che tutto stava per crollare.
C'era
scritto: << Omogenizzato fresco Porelli >>.
05/05/2011
FINE