mercoledì 20 gennaio 2016

Tasti che scorrono veloci sulla tastiera

Ecco! Guardo la televisione e mi sento di scrivere parole! Sono un cane. Solo. Abbandonato a me stesso! Musica classica di sottofondo. Sono adesso un topo, poi un gatto che rincorre la coda del topo. Un topo gigante. Rosa. Colorato di rosa, il topo. Cioè io. E che non sono mai stato così serio nel parlare. Nell'essere libero di scrivere e parlare. Senza uno scopo di lucro. 

Già, scrivere, anche male, ma senza uno scopo di lucro. Solo per me stesso e per il mondo che circonda le mie orbite. Volo sull'orbita di fuoco e aspetto un taxi che passi a prendermi. Per portarmi chissà dove. 
Dove c'è magari un piccolo arcobaleno nero. Meglio colorato, sì avete ragione. Ma ora scrivo sul foglio elettronico. Mi diletto in queste quattro righe. Come una poesia mai scritta. Un soffio triste e demoniaco che splende dentro l'anima. Una scossa. Un tumultuoso uragano di plastica. Che ne penso dell'esistenza umana? 

Domanda senza senso, oggi. Nessuno più crede che l'uomo sia veramente quell'uomo che si specchiava nei ruscelli di nylon. Nessuno. Siamo lì, che ci muoviamo per tirare fuori qualcosa, un tozzo di pane, una giornata di lavoro rubacchiata al mondo. Così stronzo, il mondo. Noi, lo stronzo lo tiriamo in faccia alla realtà. Abbandoniamo l'essere umano al declino. All'esistenza di falsi concetti. 

Ma anche no! Forse, il brutto, è che è tutta la realtà a catturare la nostra mente. E poi viaggio in questo sfogo, in questo turbinio irrequieto e sconnesso di pensieri strabici. Strano da vedere, il testo. Questo testo. Che nessuno leggerà! O pochi leggeranno. 

Ma oggi, ho capito che scrivere è un'arte. Un'arte che non va pagata. Se si vuole sfiorare la luna, il pensiero interiore, la libertà di parola. Libertà negata da tanta informazione non ancora capita. Ma tutto è in continuo mutamento. Anche se sembra fermo. Freddo plastico! Ed ora andate a nanna bambini. Che siamo soli. E il sonno non perdona sbavature di nessun tipo. Domani mi alzerò presto ed inizierò a lavorare, a pigiare tasti sul computer, a ridere tra me e me per queste quattro parole espanse, come polistirolo…



21/01/2016

FINE

mercoledì 1 luglio 2015

Tritavecchi!

M'ero intrufolato dentro il mattatoio per i vecchi. Ero solo. Nessuno poteva entrare lì dentro. Ma io dovevo salvare mio nonno. Quel povero vecchio, demente e senza pudore, non avrebbe mai potuto immaginare di finire così, in un inferno di sofferenze terrene e scottature da marchi a fuoco. Correva l'anno 2023 e il governo aveva deciso che per risollevare il paese dalla disoccupazione giovanile bisognava eliminare fisicamente buona parte di quei vecchi che si fottevano una pensione da re. Col tempo, poi, il governo prese la folle decisione di uccidere tutti i vecchi, per liberare i giovani da una condizione di precarietà perenne, mentre i padri, gli adulti prendevano il posto dei nonni e si godevano la beneamata e tanto sperata pensione. Il governo sperimentò la teoria che solo sacrificando una generazione intera si poteva salvare il salvabile e colmare un debito che assillava il paese da non so più quanto tempo. La cosa strana, che diede uno scossone alle menti del popolo, fu che coloro che appartenevano alle classi dirigenti non subirono alcun tipo di trattamento, derivante da questa legge. La cosa puzzò molto. Così tanto che la gente decise di non votare più nessuno. E fu così che i potenti chiusero la scelta della classe politica tra i consanguinei e gli amici leccaculo. E le leggi se le fecero per i cazzi loro mentre per le strade la popolazione sfasciava tutto e si lasciava andare alle barbarie più basse e sporche...

Alcuni rappresentanti illustri del popolo decisero di studiare il fenomeno. Su Youtube vennero pubblicati video che ritraevano scene di tortura sui corpi degli anziani: questi venivano picchiati, poi costretti ad eseguire le più misere azioni contro se stessi (auto punizioni) ed infine gettati dentro il grande tritatutto elettrico: un frullatore gigante in ottone che funzionava attraverso l'energia elettrica pagata dai contribuenti, i cui meccanismi prevedevano ingranaggi in argento che davano il movimento rotatorio a lame costruite in oro. Tutto non aveva senso! Si scoprì, ad esempio, che gli stipendi dei dirigenti non vennero mai scesi a somme popolari, come s'era votato in un referendum del 2014.
Insomma, morale della favola, chi c'aveva il denaro puzzolente si godeva una vita tra i pompini di una escort e una villa elettronica in amianto, mentre chi non c'aveva un tubo dentro il portafoglio, la prendeva tutta in un punto. Spero abbiate capito quale! Questo era il mondo nel 2023: adulti illusi da una pensione misera ma sicura, che non avevano voglia di far nulla e giovani lavoratori che prendevano paghe minime da 1000 a 2500 euro, per i posti migliori. Niente vecchi. Scacciati via. Tolti alla vita da leggi razziste e disumane. Lasciati andare al loro destino. Ricordo ancora quando mio nonno materno venne catturato dalla polizia cittadina. Mio padre si oppose e venne pestato a sangue.
“Dove state portando il nonno?” dissi: avevo solo dodici anni ma avevo già capito tutto!
“Niente, niente Luigi! Lascia perdere. Torna a dormire!” mi prese per il braccio papà, col naso sfasciato.
“Papà non è giusto! Il nonno non ha fatto niente. Sta sempre seduto lì, a spassarsela coi cartoni animati virtuali! Perché lo devono portare via?”
“Non lo so! Non possiamo farci nulla” e una lacrima scivolò veloce e timida dagli occhi di mio padre.
“Perché piangi? Per il nonno?Aiutiamolo. Perché sei sporco di sangue? E' vero che li rinchiudono in una stanza buia e li uccidono? Come li uccidono?” ripetevo ad alta voce. Fu lì che mio padre mi tappò la bocca e mi chiuse in uno stanzino per le scope. Ed io ad urlare che non volevo starci...
Povero papà. Povera mamma, svenuta sul divano. Povero papà di mamma. Morto. Strappato alla vita appena vecchio. Solo 72 anni.

E adesso ero lì dentro. Dentro quel fetido e nauseabondo campo di concentramento per i vecchi del paese. Non avrei mai potuto pensare che l'uomo potesse ricadere sui propri errori di un tempo. Prima gli ebrei e poi i vecchi. Che merda! Non ci sarà mai pace su questa terra.

Avevo compiuto sedici anni e tre giorni prima la polizia aveva scoperto dove tenevo il nonno paterno nascosto. In un armadio ultra-accessoriato. S'era sparsa la buona abitudine di nascondere i vecchi e falsificare certificati di morte naturale, mentre questi, invece, stavano belli e buoni in qualche posto. Tipo un bunker oppure una soffitta. Io escogitai l'armadio ultra-accessoriato: una sorta di finto mobile, incassato nel cemento, che sembrava a prima vista normale ma che invece normale non era. Infatti aveva la caratteristica di nascondere una stanza dentro il muro, grande abbastanza da non essere scoperta e da poterci vivere dignitosamente. E poi mio nonno era paralitico. Ma la polizia intuì che c'era troppa tranquillità nell'aria e troppe morti naturali. Si capisce! Appena uno escogita un'idea tutti la copiano. Ma in questo caso era salvamento di vita! Mio nonno venne scoperto ed io fui arrestato. Ma fortunatamente riuscii ad evadere.
Sentivo ancora la mia mano tremare e il corpo di quel poliziotto ormai morto, lì, sul pavimento.
Ero diventato un assassino. Ed ero dentro. Dentro il mattatoio per i vecchi. Avevo con me solo la voglia di tirarlo fuori. Non me ne fotteva un cazzo degli altri. Io volevo bene a mio nonno. Era come un padre e m'ero occupato di lui come se fosse stato per me un diamante raro o un tenero cucciolo indifeso.
Camminai attraverso un corridoio stretto e buio ma poi mi ritrovai in una sala da ballo immensa. Niente sicurezza. Avevo capito che s'erano accorti di me ma non intervenivano. Non capivo perché. Ma soprattutto, perché ero ancora vivo? Superai un tunnel in fondo alla sala e mi immisi in un altro corridoio, adesso luminoso e asettico. In fondo una vetrata. Giunsi davanti alla vetrata. E lì l'orrore: c'era un corpo anziano squartato, con la pancia aperta e lo stomaco di fuori che penzolava. L'uomo era legato alla vita da una corda. E penzolava anche lui. L'altra estremità legata al tetto. Era ancora vivo. Perdeva molto sangue e proprio in quel momento gettò un urlo verso il cielo e disse: “ Mio Dio! Perché mi hai abbandonato!!!???”. Spirò. Teneva una corona in testa che gli penetrava con le spine la carne. La stanza era vuota: solo un divano rosso sul fondo e una sedia nera di legno sotto il corpo anziano. Incominciai a piangere. Ero solo un bambino di sedici anni. Come potevo sopportare tutto questo!
Urlai e scappai via. Scosso mi ritrovai in un'altra sala da ballo, adesso più piccola. Pensavo a mio nonno che aveva ricevuto questi trattamenti, se non peggiori e pensavo soprattutto alla sua vita. A quella vita che mi rallegrava e che speravo fosse ancora incollata al terreno. Piangevo. In mente i ricordi di un'infanzia non capita e le parole dure di un padre incosciente. Il mio subconscio mi parlava...
Stavo impazzendo? M'inoltrai presso un corridoio abbastanza buio. Non avevo paura. Mi sentivo male. Sfociai in un laboratorio. Qui, subito, mi nascosi dietro una botte di vino sintetico per non farmi vedere; anche se già sentivo che sapevano di me. Sembrava lo facessero apposta. Sembrava volessero mettermi in guardia e farmi assaporare la disperazione per poi eliminarmi. Ma io non mi davo per vinto. Non avevo le prove di quel che pensavo e mi facevo forza solo sulle mie gambe.
“Ehi vecchio!” urlò una specie di dottore in camice, sporco di sangue “ Ti va di giocare al gatto ed al topo?”. Il vecchio non rispose. Nudo. Non rispondeva e osservando i suoi occhi speravo che finisse subito la sua pena terrena. Poi venne condotto da un poliziotto dentro una stanza buia. Da una vetrata il dottore poteva vedere i suoi movimenti ai raggi x. Ma il vecchio non si muoveva. La sagoma rossa dell'anziano non batteva ciglio. Poi improvvisamente non capii più nulla. C'era un'altra sagoma dentro la stanza e si muoveva lenta.
“Bene vecchio!” disse il dottore “E adesso che farai! Il gatto o il topo?” rideva a crepapelle. Le urla del vecchio mi entrarono dentro le ossa e dagli occhi scesero lacrime di piombo, tanto era vero quello che vedevo. Era lei? Non è possibile...
“ Dott. Giunti posso andare?” chiese il poliziotto, rientrato.
“Ma come?” rispose infervorato il professore “Non ti vuoi godere questo spettacolo?”
“Dotto'! L'ho già visto un milione di volte. Tengo stanchezza dentro al petto”
“Va bene, va bene. Va da tua moglie! Ma è un peccato...”
“Cosa professo'?”
“Che tu non voglia odorare i resti del banchetto...”
Ed io stavo per svenire. E le urla si affievolivano. Il vecchio si spense nel vuoto.
“Bene!” sorrise e poi esplose in una risata fragorosa il dottore, rimasto solo “ Io amo il mio lavoro. Eliminare i vecchi. Ma che c'è di meglio che fare pulizia del mondo eh? Che cosa c'è di più affascinante nel vedere il cuore mangiucchiato di un pezzo di carne rafferma? Meravigliosa tigre Olivia. Hai fatto un lavoro coi fiocchi....” ed accese le luci della camera della tortura animale: io vidi tutto. Io vedevo tutto e non volevo vedere niente ma vedevo tutto, tutto quel sangue, tutto quell'odio e quella povera testa spezzata tra le fauci di una fiera dagli occhi rossi. Ma la vera fiera era lui. Si lui! Quel dottore che adesso se la rideva con la sigaretta in bocca. Che schifo quel fumo che usciva ed entrava nei suoi polmoni. Macchiava di colpe il suo animo, oramai putrefatto e pestilenziale. Macchiava l'umanità di un crimine penosissimo. Ed io presi la pistola che tenevo in tasca e non esitai a sparare un colpo...
Cadde. Come cadono le foglie...

Scappai via...

Attraversai un corridoio larghissimo, la pistola in mano. Nessuno. Nessuno che mi acciuffava o mi afferrava pei capelli. Niente. Avevo già capito. Loro sapevano tutto e mi lasciavano fare. Ma perché?
Appena domandai questo a me stesso, mi trovai di fronte il più grande ed orrido tritacarne che avessi mai visto: c'era un tappeto metallico scorrevole ove erano sistemati in serie , in piedi, i vecchi umani. Senza espressione. Sembravano già morti. Forse lo erano, non so! Il tappeto scorreva ed uno ad uno ogni corpo anziano veniva gettato dentro il tritacarne che, con le lame furenti, sfilettava le povere membra e ne traeva una polpa sottile che veniva riposta dalle macchine in delle bottiglie di vetro trasparente. Una vera e propria catena industriale. Sembrava tutto un film. Ma era vero. Tritavano i vecchi e riponevano la molle polpa in bottigliette. E vedevo il prossimo vecchio cadere giù, giù dentro il marchingegno della morte. E così tutti, in un'attesa tremenda come se si trovassero in fila alla posta ad aspettare il turno per ritirare la pensione. Solo che non era la posta, non c'era una fila, non dovevano ritirare la pensione: quella era già stata ritirata dal governo...

Poveri vecchi!Poveri anziani! Gli toglievano tutto. Tutto! Anche la dignità. E lì dentro la pace eterna. Ed io piangevo. Non riuscivo a tollerare più nulla. Non ero più una persona. Mi sentivo parte di quel sistema. Non capivo...

“Ciao Luigi!” esplose una voce dall'oltretomba.

Silenzio.

Sbucò da una porticina luminosa sul fondo dell'ambiente, un signore ben vestito, sulla cinquantina, con accanto due poliziotti, armati di fucile. Ecco pensai! Già lo sapevano. Mi avevano lasciato fare. Troppo facile.

“Come stai?”

Continuò...

”Spero che tutto questo non ti abbia fatto perdere la ragione. O almeno mi auguro che non sia così. Tu sei carne tenera. Non finirai mai in un tritacarne, questo spero tu l'abbia capito. Ti credevo un ragazzino intelligente e rispettoso ma forse ci sbagliavamo. Bene! Adesso che hai commesso questa bravata e hai ficcato il naso in situazioni che non ti competono, adesso che hai ucciso un dottore prestigioso e preparatissimo, adesso che sei scappato dal carcere, assassinando un poliziotto, adesso che...

sai tutto questo?...

Cosa pensi che ti succeda? Che ne hai tratto? Che hai concluso? Rispondimi...” e rimase lì ad attendere sul serio una mia risposta. Io tenevo gli occhi chiusi.

Paura.

Aprì gli occhi. Lo guardai e dissi:”Non lo so. Io volevo solo...solo salvare mio nonno...volevo solo questo...”
“Ah!” interruppe eccitato il signore “Ecco! Tuo nonno sta per arrivare in questo momento...”
Alzai gli occhi improvvisamente e lo vidi cadere giù dal tappeto. Come un puntino di inchiostro che lascia la sua scia per il cielo. Stava morendo proprio davanti ai miei occhi.

“NONNO!” urlai disperato.

E dagli occhi di mio nonno sbucò l'ultimo saluto alla vita. L'ultima lacrima. L'ultimo battito di ciglia e un sorriso mi regalò, prima d'esser fatto a fettine.

Silenzio. Solo il rumore degli ingranaggi. Silenzio...

“Oh...! Non vorrei interrompere il caloroso momento familiare ma...dobbiamo andare Luigi!” sorrise malignamente il galantuomo.
I poliziotti m'afferrarono per le braccia. Io, occhi bassi e spalancati dal dolore, non riuscivo a muovere un dito. Non riuscivo a premere il grilletto...
“Portatelo via! Lavatelo ed impiantate una memoria nuova nel suo cervello. Deve dimenticare tutto!!!”

Mentre mi portavano via, l'unica cosa che riuscì a capire fu una scritta: i miei occhi diressero lo sguardo verso l'etichetta di una di quelle bottiglie industriali e mi resi conto che tutto stava per crollare.
C'era scritto: << Omogenizzato fresco Porelli >>.


05/05/2011

FINE

PALLONCINI ovvero IO, FRANK E IL MONDO PLASTICO!

Stavo seduto sul cesso. Con un bel libro in mano e i peli del pube che sbucavano fuori come segnalibri marroni. Erano le dieci e mezza della sera e avevo appena dato addio al mio ultimo pezzo di stronzo, che s'era incastrato giù per il tubo. Ma stavo ancora seduto. Pensavo fossi diventato io lo stronzo! Ma non lo so. Forse era così ma alla fine tutti siamo un po' stronzi. E alla fine tutti noi pensiamo di non esserlo. È una regola di vita. Forse. Non so...

Pensai a dei palloncini colorati. Erano le undici di sera e ci pensai. Come si pensa in un sogno a dei pipistrelli di cartone o ad un salame turco viola e seghettato. Avevo appena fatto in tempo ad ingurgitare l'ultima pillola d'anfetamina, che i miei sensi presero a confondersi sempre di più, di più, giù giù sino alla fogna, e là trovare la pace. Palloncini colorati che rullavano la mia mente dentro una mega cartina gigante, pronta all'uso. Da fumare in silenzio. Soli. Dentro una stanza. Dentro le cervella che esplodono di noia...

“Ehi Frank!” dissi “ Ma ci credi che dei palloncini colorati m'hanno fatto passare la notte in bianco?”
“Posso anche crederci! Tu e i tuoi strani sogni ad occhi aperti. Tu e le tue seghe di prima mattina. Ma per favore! Quand'è che crescerai? No, dico, quand'è che crescerai per davvero?”
Frank era un poeta spilorcio e decadente. Frank era anche silenzioso. Si lamentava, di tanto in tanto. Ma alla fine stava spessissimo in meditazione eterna. Barba lunga e gialla. Occhi di ghiaccio e cuore di pietra o di marzapane, a seconda della storia che desiderava narrare ai poveri piccioni del parco. Un naso grande e rosso e le labbra viola, un violaccio terribile che spaventava i tipetti tutti in giacca e cravatta ed assuefatti al genere umano in estinzione. Un piscio cardiaco in perenne dissoluzione energetica. Non sto dicendo così per dire. E che mi vengono attimi. Ma alla fine volle precisare “ Non me ne fotte un cazzo del governo! Loro credono di avermi in pugno? Col cazzo! Loro credono. Ma io ho una chiave dentro il salvadanaio. Io tengo dieci pezzi di sigaretta e un tozzo di pane raffermo. Tutti insieme. Sottovuoto...”
“ Si, ma che c'entra? Non vedo nessi logici con la storia dei miei palloncini colorati. Ma soprattutto ancora non ti ho raccontato un bel piffero di legno marcio, cristo! Su questi stramaledetti palloncini. E tu te ne vai per i cazzi tuoi.” dissi , insanguinato sino al colletto surreale.
Poi decidemmo di andare a bere qualcosa. Una birra ghiacciata o del buon vino di rapa.

“ Ascolta! “ dissi sorridendo “ Una sera guardavo un programma in televisione. Una noia mortale. Tutti a dire tutto e a non dire niente. Cambiai canale e i miei occhi si dilatarono su un bel promo sui palloncini colorati. Non so chi sia costui che pubblicizza palloncini colorati. Ma secondo me ha vinto! Comunque. Io pensai. E pensai e ripensai. E infine mi venne a trovare un sogno. Un incubo. Un qualcosa di strano. Immaginavo di stare seduto sul cesso e poi vedere i miei peli sbucare all'improvviso, come canne di bambù o come fili di rame pastorizzato. “
“ Vieni al dunque “ mi disse il maledetto, senza la benché minima speranza tra le palle degli occhi.
“ Era come in un sogno. Tutto pieno di conigli rosa e palle di cannone. C'erano pesci giganti rossi e orsi marini piccoli. Blu ranocchie assortite e un sintetizzatore che sintetizzava la sintesi di fine novecento. Un bordello! E mi scopai anche la mia vecchia professoressa di latino. Chissà! Sarà morta di sonno, oramai...ma alla fine vidi un signore. Teneva in mano i palloncini colorati. Pieni d'elio e pieni di gioia. E pensai: che bella storia! La plastica. Senza la plastica non ci sarebbero mai stati i palloncini. Senza la plastica, senza il petrolio, non ci sarebbe nulla di nulla per il quale noi consumiamo il consumabile. Consumatori di preservativi. Nell'ottocento non esistevano i palloncini. Colori. Che volano. Ed io sognai. Sognai che volavo via col vento. Mentre stormi di papere sorvolavano l'oceano e le lande desolate. Io attaccato al palloncino. Poi scoppiò. E caddi e mi sfracellai al suolo. Sangue e rotoli di carne spiaccicata come cacca di colombo malato. E capì che era un'illusione. Tutto il consumabile? Un'illusione...però?!...che bella illusione....peccato che dura il tempo di un soffio di vento o dello scandire i secondi del crollo di un petalo di rugiada... “

Tornai a casa. Ubriaco. Malconcio. Frank stava ancora a bere. Ma io già ero di fuori. Accesi la tv. Che palle! C'è sempre il nostro presidente che spara cazzate a raffica, il frocio! Letame...
Dalla finestra sentì una voce. Non capivo. Una voce che mi chiamava a squarcia gola. Era una voce stridula. Atona. Maleodorante. Tipo il fischio di una caffettiera. Un gas velenoso. Era reale?
Un volto gigante si presentò davanti ai miei occhi. Tutto insanguinato. Pieno di brufoli e pustole. Un volto che piangeva. Io urlai. Ma non udivo la mia voce. E allora presi a correre in un campo di grano ma il volto mi inseguiva, senza una metà. Urlava pure lui. Maledizione!!!

Aprì gli occhi. M'affacciai alla finestrella di marmo e vetro. E giù c'era Frank. Ubriachissimo che urlava e cantava le canzoni di Mina. Fradicio. Pioveva. Una voce stridula...

“ Ma che vuoi, pollo! “ dissi “ Io ora vado a letto...che cazzo urli? “
“ Nulla “ disse Frank “ Nulla. Ma alla fine voglio anch'io volare sul palloncino. Anche se esplode! “


25/11/2010

FINE

domenica 28 giugno 2015

La Rondine Blu

Rejan, seduto sulla sedia sdraio del balcone di casa sua, osserva pensieroso l’oceano. Accanto a lui un fratello scherzoso disturba i suoi pensieri. E’ da un po’ di tempo che si diverte a scrutare le onde che sbattono sugli scogli. Nonostante lui abiti in un luogo dell’entroterra, l’immaginazione donata da Dio gli permette di osservare le onde e il fruscio della brezza marina. 

Stupito guarda con attenzione il silenzioso e lento muoversi di un’imbarcazione. Ammira due gabbiani che sorvolano la Costa del Sole, in Bangigia. Ad un tratto la nave che stava così minuziosamente osservando scompare dietro un monte o forse una casa. Subito lo squillo del telefono distoglie l’attenzione dai suoi pensieri. 

E’ la mamma Lois lontana da casa per lavoro che,come ogni mattina, lo chiama desiderosa di sapere se sta bene. Rejan è contento di non avere problemi di immaginazione. Ogni telefonata di mamma è un quadro di vita. Le parole prendono forma, i suoni diventano oggetti. Con il passare del tempo Lois chiama più di rado il figlio perché il lavoro la impegna tutto il giorno. 

Così Rejan,molto dispiaciuto, non fantastica più con se stesso. Seduto sulla sedia sdraio del balcone di casa sua, Rejan osserva pensieroso il mare. Quel mare che tempo addietro era candido e azzurro ora è burrascoso e nero. Oggi Rejan è morto. E’ il 16 novembre del 2041. 

Rejan si sveglia da un lungo sonno. La mamma Lois gli è vicino e gli tiene stretta la mano. E’ sera. Lois tiene appesa al collo la rondine blu, cimelio prezioso del figlio. Rejan appare confuso e comincia a parlare del mare nero e della sua morte improvvisa. La mamma avvicina la bocca all’orecchio del ragazzo e gli sussurra: << rondine blu >>.

Seduto sulla sedia sdraio del balcone di casa sua, Rejan si sveglia da un incubo. Il mare è azzurro e due rondini sorvolano l’oceano. Dalla cucina una voce femminile lo chiama. E’ la mamma Lois. Quella mamma che era stata sempre con lui e non lo aveva mai abbandonato. Lui chiude gli occhi e ricomincia a sognare.

FINE

martedì 23 giugno 2015

PARADOSSALMENTE BOH!

Giulio era in macchina e girovagava per la città, di notte. Annoiato dal tempo che passa e che scorre via come un fiume di pensieri. Si fermò, accostando ad un marciapiede. Lì c'era una prostituta molto carina. Bionda, tacco a spillo, bel seno. Lei disse:" Andiamo, bello?!". Giulio, spocchioso, rispose:" Quanto mi dai?". E lei rispose:"50€". Lui disse:"Ok!". Il mondo era cambiato. La crisi...


FINE

domenica 21 giugno 2015

LA PASSIONE AVVOLGENTE

Ketty stava facendo colazione: cereali, latte di soia e fette biscottate con marmellata di fragole. Mentre lasciava scivolare un rivolo di latte in gola, i suoi occhi castani volgevano lo sguardo verso Luca, sdraiato sul suo letto matrimoniale. Il mediterraneo poliziotto era 10 anni più giovane di lei e la notte prima s'erano gettati in un uragano di passione avvolgente ed inebriante, dopo un cocktail bevuto in un pub. Lui: bello, alto e forte. Lei: occhi dolci, nasino all'insù e perdutamente innamorata. Pochi minuti e Marco, il marito di lei, sarebbe rientrato a casa. Ketty andò a svegliarlo baciandolo sul petto...


FINE